I racconti di finestre

La Luna di Percival

Dalla cucina arriva un leggero baccano.
Qualcuno deve aver versato dell’acqua bollente in una tazza. Sì, bollente. Non so se lo avete mai notato, ma lo scroscio dell’acqua calda fa un rumore inconfondibile. Fredda o calda che sia, l’acqua produce suoni completamente distinti: lo so bene io, attento osservatore, dotato di un udito sopraffino.
L’aria sembra dare conferma alla mia sagace intuizione: annusandola mi accorgo che quell’acqua è rapidamente diventata camomilla. Alle 5.00 del pomeriggio? Brutto segno, deve essere nervosa.
Apro un occhio, poi l’altro. Sbadiglio pigramente osservando un dolce uccellino che plana sull’olivo del giardino.
Sono indeciso se saltare giù dal davanzale per inseguire il pettirosso, o raggiungerla in cucina per sincerarmi che si sia ricordata di preparare anche la mia di merenda, oltre che la sua. Ma soprattutto, ci tengo a farle notare che mi ha svegliato. Non faccio in tempo. Mi precede entrando in salotto e sedendosi al tavolo.
In un attimo il silenzio è ristabilito. Forse posso rimettermi a dormire. Il tepore del sole è davvero invitante e non sono poi così affamato, in fondo anche l’uccellino può attend…

suono onomatopeico crash

Un rumore mi fa sussultare indignato, rendendomi del tutto vigile. In pochi istanti ho il naso sopraffatto dall’odore di pepe. La sbadata ha fatto cadere la pepiera e come se non bastasse, si è anche accesa una sigaretta. Ormai questa stanza è impregnata da un miscuglio veramente poco sensato di odori. Bleah!
Ormai la speranza di riprendere il riposo è fuggita a gambe levate.
Mi stiracchio ben bene e salto giù dal davanzale per balzare sul tavolo: almeno da qui posso ancora sentire il piacevole odore della camomilla.
L’umana sta sbuffando ripetutamente, intanto tamburella le dita sulla tastiera del portatile. Constato che deve aver dimenticato di non essere multitasking: oltre a sorseggiare la camomilla, lavorare con il pc, fumare, sbuffare e rispondere agli sms si sta addirittura grattando la testa. Per altro, osservo con indolenza, non ha ancora nemmeno sparecchiato la tavola dall’ora di pranzo, ecco perché la pepaiola è caduta: deve averla urtata.

«Ehi principino,» aaadoro quando mi chiama così, «mi sa che ti ho disturbato vero? Vieni a farmi compagnia», ed inizia a grattarmi dietro le orecchie. Ogni tanto faccio un gioco, conto quanto resisto prima di fare le fusa: non vado mai oltre i tre secondi.

illustrazione di copertina di Cannella


La mia umana è un’umana particolare. Per lei io non sono il suo gatto. Lei capisce cosa voglia dire dover essere liberi, e libero mi ha sempre lasciato. Questo è il semplice motivo per cui non la abbandonerò mai.
Si chiama Luna, ed era fatta di tanti odori. Un po’ un’accozzaglia a volte – come il pepe e il fumo di sigaretta – ma è proprio questo a renderla interessante. Come pure molto interessante è la sua mente: queste cose, noi gatti, le capiamo bene. Siamo schivi, non stupidi.
Lei è pepe e camomilla, tabacco e menta. Cioccolato e marmellata, salsa di pomodoro. È una persona ordinaria, e come tutte le persone ordinarie non le piace la sua conformità.
Ribellarsi alla vita ordinaria, però, le viene difficile: troppi compiti, troppi impegni, troppi interessi, troppi doveri, troppi perché. La sua mente s’affaccenda spesso: inscena improbabili discussioni tra lei e sé stessa, talvolta tira dentro anche me, proprio per questo sono consapevole di questa realtà parallela. A momenti alterni, le sue labbra si schiudono alla parola ed in questo modo mi consentono di percepire tutti i suoi odori, semplicemente ascoltandola parlare.
Le piace parlare, ma ancora di più le piace pensare.
Spesso mi dice: «Sai Percival, se dicessi a voce alta tutto quello che mi passa per la testa ad altri esseri umani, questi mi riterrebbero senz’altro un po’ svitata. Lunatica. Anzi, mi penserebbero soprattutto logorroica. Oddio sono logorroica effettivamente», e scuote la testa come se si arrendesse all’evidenza.
Io a volte l’ho ritenuta un po’ illogica, soprattutto quando si trova a prendere decisioni sulla sua vita. Salta di palo in frasca senza neanche passare dal via! La mattina, davanti alla sua tazza di tè, mi dice di avere un sogno e di volerlo inseguire. La sera, di fronte al petto di pollo e l’insalata – e credetemi se vi dico che quando ha il pollo nel piatto pendo dalle sue labbra – si dice più razionale, e convinta di pensare l’opposto.
Credo che Luna sia ben consapevole di apparire un po’ incoerente agli occhi degli altri, ma nella sua incoerenza trova la propria identità:
«Io sono così,» dice sempre, «non posso farci nulla!» e fa spallucce.
Quando era più giovane le dispiaceva molto di non essere compresa. Aveva paura di deludere le aspettative, temeva il rischio di andare fuori dalle righe e sembrare semplicemente presuntuosa o, nel momento in cui avesse provato a spiegarsi, sconclusionata e logorroica, appunto.
Bhè in effetti non mi sento di darle tutti i torti: quando parla non è proprio quella che si definirebbe “persona dotata del dono della sintesi”.
Per non parlare del fatto che quando rimugina troppo sulle cose, sulla sua fronte si crea una simpatica ruga, l’unica che io abbia mai visto su quella pelle liscia. Quelli sono i miei momenti preferiti per tenerle compagnia: non so bene perché ma quando mi vede si rilassa sempre, e l’increspatura sulla sua fronte piano piano sparisce.  
Noi gatti siamo un po’ diversi dagli esseri umani. Forse proprio perché non possediamo la parola passiamo un’intera vita ad osservare. Non abbiamo mai la presunzione di conoscere un vivente solo in base alla prima impressione che abbiamo di lui (questo vale per tutti tranne che per il gatto del vicino, parola mia: lui proprio è insopportabile!). Voi esseri umani, invece, avete la tendenza a fare così: mettete un paio di etichette sulla fronte del vostro interlocutore e con quelle il poveretto sarà marcato per sempre. È quasi curioso come quegli adesivi immaginari finiscano per diventare un filtro attraverso cui guardate la realtà che avete di fronte.
Non capisco proprio perché non abbiate la pazienza e la lungimiranza di dedicare tempo a quella relazione. Non vi concedete tempo per osservare, comprendere, condividere.
Siete frettolosi.
Che poi: ma che fretta avete?
La mia Luna non riusciva mai a capire che etichetta le mettessero gli altri. Di una cosa però era certa: sarebbe stata in difficoltà a scegliere per sé stessa un qualunque contrassegno.
Cambiava idea, giocava con le massime e si contraddiceva.
Una volta mi ha raccontato che in letteratura si parla di “maschere” per alludere a diverse forme fisse in cui una persona sente il bisogno di identificarsi.
«Sai micio, spesso nel dire “quello mette su delle maschere” in molti intendono “quello è un voltafaccia”. Altri invece non capiscono il cambiamento: “si è sempre comportata in un certo modo, mi piaceva. Guardala com’è cambiata, non la riconosco più. Era tanto meglio prima”. Spaventoso, non trovi? Secondo me possono coesistere nella stessa persona anche sfaccettature diametralmente opposte. Siamo creature molto complesse.»
Un pomeriggio è tornata a casa con le lacrime agli occhi proprio perché qualcuno le aveva rivolto quelle frasi con un velo di cattiveria. Mentre mi strusciavo alla sua caviglia mi ha detto: «Gatto perché è così difficile essere me? Io non me lo sono scelto, sai. Di essere così intendo. Di avere tante opinioni, di capire diversi punti di vista, di essere molto razionale e analitica, ma anche capace di adattarmi al contesto in cui mi trovo. Per le persone sono strana se mostro lati diversi di me. Le mie sfaccettature vengono commentate con giudizio».
«Io umana non ti giudico!» ho provato a dirle tante volte e lei sembra comprendermi.
Con il tempo qualcosa ha imparato, si è scoperta d’accordo con me sotto molti punti di vista: a lei, alla fine, i suoi odori non dispiacciono perché sono suoi: verità coesistenti in un’unica, piccola, ordinaria mente pensante che ha capito di appartenere a nient’altro che a sé stessa. Con infinita pazienza è diventata libera.
Se proprio si dovesse definire, si direbbe felina. Con molta soddisfazione – e poca modestia – condivido in pieno. Provate ad avere potere sulla vita di un gatto. Fallirete senza mezzi termini. Quello che voi chiamate controllo o possesso non esiste: in realtà è solo una nostra concessione, perché un gatto appartiene solo a sé stesso. Dovreste imparare dalla nostra innata necessità di libertà e dalla spontaneità con cui vi facciamo presente ciò di cui abbiamo bisogno, con educazione, ma anche tanta determinazione.  
Così, con coerenza al mio essere, smetto di ragionare e anche di farmi grattare.
Scendo dal tavolo e torno ad acciambellarmi sul davanzale della finestra. L’umana mi sorride e torna a focalizzare la sua attenzione sullo schermo del portatile. Grazie al cielo ha spento la puzzolente sigaretta.
«Sei proprio un gatto. La scorsa settimana hai trascorso un’intera giornata sdraiato sul divano, e il giorno dopo sulla colonnina del cortile. Un altro giorno ancora rincorrevi le lucertole saltando giù dalla finestra, mentre ora il davanzale è il tuo luogo preferito.»
Inizio a leccarmi una zampa mentre ascolto distratto il suo monologo:
«Sai Percival, vorrei essere come te: amante della mia indipendenza emotiva, regista della mia libertà d’azione. Vorrei, come te, guardare gli altri con curioso interesse, ma senza dovermi mescolare a loro. O forse, per quanto io sia uno spirito ribelle, una parte di me vorrebbe profondamente omologarsi alla semplicità di non dover cambiare personalità ogni giorno. O di poterlo fare senza darci peso…»
Lentamente la mia coscienza smette di carpire le sue parole: per quanto sia interessato alle sue elucubrazioni il sonno sta sopraggiungendo. Chi sono io per rifiutare di lasciarmi cullare tra le braccia di Morfeo, per la quarta volta in una giornata? Quanto adoro dormire.
Spero che l’umana impari guardandomi: le dò peso per un lasso di tempo definito e poi lascio perdere. Anche lei dovrebbe lasciarsi perdere ogni tanto. Le basterebbe semplicemente andare.
«Limitati a vivere, Luna, invece di pensare intensamente a come dovresti farlo».

Elena Fiorentini