I racconti di finestre

Lunga vita al capitano

Buio. Dove mi trovo? Esisto ancora?
L’aria intorno a me è così bollente e intrisa di umidità da mozzarmi il fiato.
Sì, esisto. Ma dove sono?
Forse all’inferno. Diamine, non l’avevo immaginato così.
Dopo neanche un istante l’udito si risveglia: il garrito dei gabbiani è accompagnato dal dolce rumore delle onde, e il vento scuote delicatamente fronde di alberi non lontane da dove sono.   
La coscienza scuote il mio corpo disperdendo l’oblio, torno definitivamente alla realtà percependo una sensazione che conosco fin troppo bene.
Il dolore.
Ho la schiena letteralmente a pezzi.
Esisto e no, non mi trovo all’inferno. Sono viva, distesa su una superficie dura e scomoda. Muovo le dita e la mano sinistra sprofonda in un ammasso di minuscoli granelli bollenti: sabbia. Da quanto tempo sono qui? Ore, giorni? Mi sento terribilmente rigida.
Non apro gli occhi. Non ancora. In fondo, che bisogno ho: conosco bene ogni singolo angolo di questo continente e mi sono sufficienti gli altri sensi per riconoscere una spiaggia caraibica, o meglio, una deserta spiaggia caraibica.
Mi riapproprio anche dell’arto destro. Inizio a muoverlo ma le dita, invece di immergersi nella sabbia, si stringono intorno ad un oggetto voluminoso che sembra coperto da una stoffa liscia. Tasto tutti i lati – non ne voglio sapere di riaprire gli occhi –. Come è possibile che sia finito qui? La presenza di questo oggetto è tanto irragionevole da farmi venire il dubbio che stia sognando, anzi, che stia facendo un incubo. 
Quasi costretta a fugare qualsiasi sospetto provo a schiudere gli occhi: impresa che risulta ben più difficile del previsto. Le ciglia sono incrostate da un miscuglio di fluidi, sale e sabbia.
Libero le mani, lascio l’oggetto all’asciutto e comincio a strisciare verso il mare dove finalmente tuffo la faccia tra le onde. A contatto con la mia pelle scottata l’acqua dell’oceano sembra gelata.
La vista comincia a tornare lentamente. Troppo lentamente. Provo ad aprire e chiudere un occhio alla volta: il destro mi rimanda immagini indecentemente annebbiate. Provo a toccarlo e una scarica di dolore mi attraversa la testa. Chissà quanto gravi sono i danni: non ho modo di capirlo al momento. Comunque vada sei stato un fedele compagno per tutta la vita, addio occhio.
Con tutta la luce che mi circonda – e con il solo occhio buono a disposizione – cerco di osservare le mie mani: sono decisamente rosse. Sorrido amaramente. Con disappunto intuisco che sulla mia faccia non c’era solo sporcizia, ma anche una buona quantità di sangue rappreso, il mio sangue.
Mi alzo in piedi e sputo in terra con sdegno. Sto barcollando in modo vergognoso, sono imbarazzante.
Alzo la testa verso l’orizzonte e mentre inspiro riempiendo i polmoni osservo con l’unico occhio buono socchiuso la luce accecante del sole, ed ecco i ricordi delle ultime ore che tornano uno per uno e vengo sopraffatta da una collera senza eguali.
Lo hanno fatto davvero. I bastardi mi hanno condannata a morte.  
Non c’è via d’uscita da questa maledetta prigione: di fronte a me il cielo e l’oceano si mescolano confondendosi in una foschia azzurra, qua e là ci sono solo isolotti deserti gemelli di quello su cui sto camminando. So bene come chiamano questo luogo: el cementerio, il cimitero. Non esiste anima che sia mai riuscita a rimettere piede su una nave, non dopo essere stata scaricata su una di queste isole deserte.
Mi giro intorno conscia di quello che si stenderà davanti a me: vegetazione tropicale che solletica il cielo.
Sposto lo sguardo verso il basso e sbuffo annoiata. L’oggetto. Gentile da parte loro lasciarmi un libro.
Quei maledetti hanno veramente tanti difetti: codardia, insolenza, ignoranza. Qualcuno di loro è anche analfabeta. Ma mai avrei immaginato che potessero spingersi fino a tanta mancanza di senso d’onore.
Posso passare sopra al fatto di essere stata picchiata fino allo svenimento, che mi abbiano tramortita e abbandonata su questo atollo. Ma diavolo! Perché mai non lasciarmi almeno una pistola per spararmi un colpo in testa?
«Ma non lo avete fatto per semplice dimenticanza, vero bestie?»
Oh! Ho ancora una voce.
«La scorsa notte ho ammazzato due di loro, così hanno capito che non ero semplice da gestire come speravano – anche se sono solo una donna, come dicono loro. Quindi, prima di perdere altri uomini della ciurma, hanno pensato bene di liberarsi di me in perfetto stile piratesco: mi hanno scaricata su quest’isola per poi allontanarsi con la mia nave. La nave di mio padre.»
Ammetto che i pirati abbiano una strana ironia, uno strano modo di vedere la vita, ma questo è fin troppo anche per gentaccia come noi.
Ho ucciso parecchie persone nella mia vita, ma non ho mai condannato nessuno a morire di stenti. Una pallottola in testa e festa finita.
Sono diventata capitano dello Spettro Del Mare quando mio padre, troppo vecchio per razzie e battaglie, si è ritirato ad una vita pacifica ed agiata, lontano da sangue ed altri eccessi.

Certo, sono state tante le volte in cui ho udito gli uomini farfugliare alle mie spalle maledizioni o minacce di ammutinamento ma, a conti fatti, erano loro i primi ad essere ben consapevoli delle mie abilità di guerriera e mi temevano. Con il tempo forse qualcuno dell’equipaggio è arrivato anche ad ammirarmi per il mio comportamento nelle vesti di comandante, e forse proprio questa è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Insieme ovviamente alla morte di mio padre, il loro vecchio capitano, l’uomo che amavano e rispettavano: artefice della ricchezza dei loro stessi padri.
Io sono nata su questo mare. Le mie mani conoscono il timone nero dell’ebano meglio del viso di mia madre – e come potrebbe essere altrimenti, vista la sua morte prematura?
Tra i miei primi ricordi ci sono le vele sudicie e rammendate a fare da sfondo ad una notte illuminata dalle stelle con il vento in poppa e la danza dell’imbarcazione sulle onde: il destino mi ha voluta viaggiatrice e ha plasmato la mia anima tra le schiume dell’oceano sfidando qualsiasi legge – non scritta – che proibisce la presenza delle donne a bordo di una nave pirata.
Mio padre mi ha cresciuta insegnandomi a combattere, navigare e comandare. Mi ha mostrato come essere temuta, rispettata ed ammirata. Mi ha svelato i segreti dei tesori nascosti dal mare; mi ha raccontato le leggende spiegandomi quali verità trarre da esse. Mi ha insegnato la libertà, il coraggio e l’onore: è così che mi sono illusa che le vecchie usanze discriminatorie non valessero per me. Appunto: mi illudevo.
A nord del Grande Oceano c’è un fazzoletto di terra solitario dove ormeggiavamo lo Spettro Del Mare quando dovevamo riposare dalle scorribande marine. È mio padre che me l’ha fatto conoscere: quando ero bambina mi ci portava sempre. In quel piccolo villaggio mi capitava spesso di incontrare delle vecchie che mi ripetevano sempre la stessa cosa:
«A far finta di essere un ragazzo prima o poi ti farai ammazzare. Non imbroglierai più neanche l’ultimo degli stolti quando diventerai una donna.»
Io mi facevo beffe di quelle megere. Una volta addirittura gli ho lanciato addosso della birra, proprio sul vestito della domenica, quello con cui andavano a pregare il loro Dio. Scatenai l’ilarità del mio vecchio e dei suoi più stretti tirapiedi che non persero occasione per commentare:
«Il ragazzo sa come farsi rispettare, capitano.»
Gli uomini più fidati – e meno stupidi – sapevano che ero una bambina, ma non usavano mai il femminile. Mi ci abituai subito, pensavo che fosse una semplice abitudine, solo con il tempo ho capito che era un modo per proteggermi. Non mi infastidiva che la ciurma si riferisse a me chiamandomi “ragazzo”, che lo facessero per imposizione o per ignoranza, l’unica cosa che contava era che riconoscessero la mia individualità, la mia dignità di essere vivente, il mio essere pirata tanto quanto loro. Per molto tempo mi sono sentita loro pari: non mi hanno mai risparmiato botte o insulti, mi hanno mi hanno fatta sentire indipendente e anche loro hanno giocato un ruolo decisivo nella mia formazione di predatrice e assassina. Non mi sono mai sentita meno valorosa meno coraggiosa o inferiore rispetto ad un uomo. 
Ma, ahimè, non ho tenuto conto che non tutti gli uomini della ciurma la pensavano allo stesso modo: ad alcuni non piaceva essere messi sullo stesso piano di una donna.
Eppure non me ne capacito: sono trascorsi due anni da quando mio padre ha lasciato il comando in mio favore, e insieme a quello che reputavo il mio fedele equipaggio, abbiamo coperto leghe su leghe, poggiato i piedi su nuove lande, assaggiato frutti proibiti. Sono stati giorni gloriosi di battaglie e profumate conquiste. Alcuni uomini sono morti per la gloria, ma tanti altri hanno vissuto per bere da coppe d’oro e ornare di diamanti le loro spade. Chi avrebbe mai detto che mi avrebbero ripagata così.
Poche settimane fa c’è stata una tempesta: il cielo era chiuso da nubi fitte e dense. L’oscurità totale era squarciata solo dai numerosi lampi, seguiti da tuoni tanto forti da coprire qualsiasi altro suono. Quella tempesta sembrava frutto dell’ira del mare.
Noi eravamo indenni, la nave un po’ meno: aveva riportato ingenti danni che richiedevano l’intervento di grandi riparazioni. Così avevo deciso di dirigermi nel solito villaggio a nord. Non sapevamo che un altro fatiscente spettacolo ci attendeva.
La tempesta aveva distrutto buona parte della costa. Alcuni edifici erano stati spazzati via insieme ai loro abitanti e tra questi c’era la casa di mio padre. Il destino è arrivato a sbeffeggiarlo proprio nel suo letto, dove riposava dopo aver rinunciato alla pericolosa vita da capitano.
Le mie certezze, il mio coraggio e la mia superbia si sono sgretolati davanti ai miei uomini che improvvisamente mi hanno voluta morta. La protezione che mi conferiva il rispetto che avevano per mio padre era ufficialmente venuta meno.
Non tutti erano d’accordo a spodestarmi dal ruolo che mi spettava di diritto, ma ero stata un’eccezione troppo a lungo e, sebbene non ci fosse alcunché di scritto e legale, il mondo – da sempre – funziona in un certo modo: il vento del cambiamento è ancora una brezza mattutina, troppo leggera per scuotere gli animi a fare di più.
E così per me il viaggio è finito proprio come avevano pronosticato le vecchie del villaggio:
«Gli uomini non vogliono piccole streghe a bordo: quando tuo padre morirà, tu morirai con lui.»
La scorsa notte dopo che abbiamo preso il largo e ho capito cosa stava per accadere non ho avuto paura: la morte non è altro che l’ultima grande avventura. Ho solo deciso che avrei portato con me all’inferno il maggior numero possibile di quei figli di puttana.
Ma ancora sono stata troppo ottimista.
Quelli che da sempre hanno tramato alle mie spalle, che con infinita pazienza mi hanno osservata e hanno colto le mie debolezze, hanno insinuato dubbi nelle orecchie dei più tolleranti tessendo la tela per questo momento. Per loro la mia morte non è sufficiente a ripagare l’umiliazione di essere stati guidati da una donna.
Ecco perché mi hanno tramortita e portata su quest’isolotto senza la clemenza di un’arma che mi risparmi l’agonia: vogliano che muoia di stenti, impotente, priva di qualsiasi mezzo e nell’abbraccio del terrore.
Raccolgo dalla sabbia il libro e lo libero dai numerosi strati di seta in cui è avvolto. Non è un libro qualsiasi: è la firma del disprezzo. Quei bastardi mi hanno lasciato una Bibbia.
La apro. Sulla prima pagina una calligrafia rozza e sgrammaticata recita così: “Luga vita a capitano. Ciedi a dio di andare asalvarti o saluta tuo padre al inferno”.
Nessuno di noi è credente, il rispetto e il timore che dovrei avere per Dio io ce l’ho solo per il mare.
Sono stata stupida e arrogante, tanto sicura di me e della mia capacità di controllo che sono caduta in una sciocca ingenuità: ho creduto che dopo questi due anni la morte di mio padre non avrebbe segnato un cambiamento epocale.
La mia cecità mi porterà via quanto ho di più caro: la vita.
Osservo con attenzione le due cose che ho per mano e un’intuizione mi concede il lusso di essere compiaciuta: nell’intento di umiliarmi gli ammutinati hanno fatto un errore di valutazione.
Mi incammino verso la vegetazione, osservo gli arbusti e gli alberi, stringo tra le mani la stoffa di seta che avvolgeva la Bibbia. Il libro è rimasto sulla sabbia vicino alle onde: non mi serve. Non ho la minima intenzione di pregare un Dio che non esiste. Quando salirà la marea le onde la porteranno via seppellendola nelle profondità dell’oceano.
Mentre cerco un albero, una sporgenza, qualsiasi cosa da cui penzolare, mi preoccupo anche di studiare la stoffa: deve essere resistente. A breve scoprirò quanto. Decido, per evitare sorprese, di intrecciarla con i miei vestiti, tanto non mi serviranno più.
È ormai sera quando trovo il luogo ideale così ultimo le preparazioni. La temperatura è calata drasticamente e sono scossa da leggeri brividi a causa dell’insolazione di questo pomeriggio. Proprio per questo nell’avvolgere la stoffa di seta intorno al collo come una sciarpa provo una sensazione di tepore quasi piacevole. Il salto che devo fare è di circa due metri. Più che sufficienti.
«Mi dispiace distruggere i piani che avete curato tanto ostinatamente per tutti questi anni, ma voi non avete potere sulla mia vita. Che l’ultimo viaggio abbia inizio: ci rivediamo all’inferno.» 

Elena Fiorentini